IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVI, 2024, Numero 2-3, Pagina 96

Per una nuova sovranità:
il federalismo europeo in risposta alla crisi delle sovranità nazionali*

L’elaborazione teorica che Altiero Spinelli assieme a Rossi, Colorni, Ursula Hirschmann e altri confinati compì sull’isola di Ventotene e che portò alla scrittura del noto Manifesto, si sviluppò a partire dalla innegabile ed irrimediabile crisi dello Stato nazionale totalitario. È dalle macerie del totalitarismo che si sarebbe dovuta costruire la Federazione europea, muovendo da un nuovo presupposto: la necessità di una pace che non fosse mera, inconsistente, tregua,[1] ovvero intervallo tra un conflitto precedente e il successivo. Nacque così, dall’abile penna di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, un Manifesto per unEuropa libera e unita, diviso in tre sezioni: la crisi della civiltà moderna; l’unità europea; la riforma della società. Esso costituisce la prima vera radicale critica del nazionalismo[2] considerato, nei suoi tratti assunti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, una volta abbandonati gli ideali romantici, come un’ideologia politica naturalmente votata alla guerra in quanto fondata sul mito del primato nazionale che si accompagnava ad una politica di potenza imperialista. L’unica soluzione possibile risultava dunque essere l’”abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali sovrani”.[3]

Il Manifesto di Ventotene non si limita ad enunciare la crisi dello Stato nazionale: è il primo testo ad accompagnare all’analisi critica anche un programma politico federalista che la possa realizzare, poiché un’analisi critica (pars destruens) che non si accompagni a proposte concrete di cambiamento (pars costruens) non merita le sia riconosciuto valore politico. Tale analisi critica va compiuta rispetto a un modello, che appunto si critica, si nega, in riferimento ad un ideale che si vuole affermare. Scrive infatti Norberto Bobbio: “il manifesto di Ventotene segna una svolta, giacché esso intende essere non soltanto una dichiarazione di principio, ma un programma di azione”.[4] In altri termini, esso segna il passaggio da un federalismo c.d. ideale, sia esso kantiano, proudhoniano, o la Paneuropa di Kalergi, ad un progetto politico mirato, come già accennato, alla rivoluzione in senso federale delle forme di Stato europee.[5]

I primi federalisti europei si riunirono, così, nella notte tra il 27 e il 28 agosto 1943 a Milano, in casa Rollier per costruire l’alternativa al decadente Stato totalitario. Essi erano consapevoli che gli Stati contemporanei europei — proprio per gli elementi critici che sopra si accennavano e che in seguito si analizzeranno — erano posti su un delicatissimo crinale: o l’Europa mutava le proprie istituzioni in un definitivo assetto federale oppure essa sarebbe divenuta, più che comprimaria, spettatrice impotente della politica mondiale.

Tale assetto federale andava ottenuto attraverso un programma di azione consistente nell’instaurazione di un pacifismo istituzionale,[6] attraverso una politica estera europea improntata al multilateralismo, garantito appunto dalla frapposizione europea ai due blocchi occidentale (americano) ed orientale (allora dominato dall’URSS, oggi dalla Cina) non in senso oppositivo o competitivo, ma costruttivo.[7] Tale Federazione Europea andava costruita il più presto possibile, subito dopo il crollo degli Stati totalitari e prima della rinascita degli Stati nazionali.[8]

Tuttavia, la storia ha preso un corso differente rispetto a quanto auspicato nel Manifesto: grazie al piano Marshall del 1949, gli Stati europei poterono riformare le proprie istituzioni, raccogliendo le proprie macerie e su di esse ricostruendo città e industrie.[9] I Paesi europei guardarono i detriti e le macerie dello Stato totalitario, le cui istituzioni erano franate precipitosamente su sé stesse, e da lì rifondarono una forma di Stato ispirata ai principi della democrazia pluralista. Nacque così quello che nella dottrina giuspubblicistica si definisce Stato costituzionale liberal-democratico a matrice sociale, che si caratterizza per la presenza di una Costituzione rigida, gerarchicamente superiore rispetto alle leggi ordinarie, contenente non solo libertà negative (freedom from) ma anche positive (freedom of) e diritti sociali.[10] A tali diritti inalienabili, costituzionalmente tutelati,[11] si aggiungono necessarie garanzie nei confronti della legge.

Ciò pose gravi difficoltà di linea politica per i federalisti europei: non si trattava più di essere l’avanguardia deputata alla costruzione immediata di un nuovo tipo di Stato, lo Stato federale europeo, ma bisognava divenire promotori nonché fautori del processo di progressiva integrazione tra gli Stati nazionali europei. Tale processo era tanto più urgente quanto necessario: i nuovi Stati nazionali europei si fondavano su “finzioni e menzogne” che li avrebbero condotti ad una “inevitabile decadenza”.[12] È alla luce di tale processo di integrazione europea che bisogna leggere l’evoluzione delle forme di Stato, rectius: dei tipi di Stato, in Europa dal secondo dopoguerra ad oggi.

Nel periodo storico che va dal 1950 ad oggi, in particolare, sono stati avviati in tutta Europa processi di devoluzione[13] di competenze che sono andati ben oltre le originarie previsioni costituzionali. Tali processi, basati sul principio di sussidiarietà, comportarono la cessione di quote di sovranità dall’ente centrale (Stato) a regioni ed enti locali (sussidiarietà verso il basso) oppure all’Unione Europea (sussidiarietà verso l’alto), rendendo così la sovranità nazionale vincolata sia da istituzioni di livello inferiore, che superiore e dunque ben lontana dalla visione di sovranità statale come superiorem non recognoscens. Ebbene, se sottoposto ad analisi critica, privata delle obnubilazioni del nazionalismo, questo modello organizzativo-governativo, non sembra oggi meno in crisi del precedente Stato totalitario.

Compreso che il nazionalismo competitivo ha portato agli orrori della seconda guerra mondiale ed alla distruzione dell'Europa occidentale così come la si conosceva prima delle due guerre, e che il federalismo è la via per risolvere il fallimento del cosiddetto “abbraccio mortale” tra Stato e nazione, non si è però proceduto alla creazione dello Stato federale come naturale seguito della Seconda Guerra mondiale — così come auspicato dal Manifesto di Ventotene — ma si sono invece creati nuovi Stati nazionali, certo sì retti da regimi costituzionali liberal-democratici a forte matrice sociale, con disposizioni costituzionali volte a tutelare minoranze, principio di uguaglianza, diritti civili e sociali, caratterizzati da limitazioni di sovranità verso istituzioni sovranazionali e regionali e/o locali,  ma pur sempre nazionali. Ebbene, questo nuovo modello di Stato-nazione[14] evidentemente “gattopardesco” (cambiare tutto per non cambiare nulla: modificare profondamente le istituzioni statali, per non risolvere però i principali problemi che le affliggono), in luogo dei precedenti Stati-nazione, retti prima da monarchie costituzionali e parlamenti liberali e poi, in seguito alla crisi irreparabile delle istituzioni liberali, da governi autoritari e totalitari, sui quali si concentra la riflessione teorica dei primi federalisti intorno alla “crisi della civiltà”, è entrato anch'esso in crisi? E se sì, quali sono gli aspetti più evidenti (rectius: autoevidenti) di tale crisi della contemporanea forma di Stato nazionale europeo?

Certamente, anche tale forma di Stato liberal-democratica, costituzionale, a matrice sociale, caratterizzata per la costante presenza di istituzioni di decentramento verso il basso — talvolta lieve come in Francia e altre volte assai rilevante, come in Germania — e verso l’alto (Unione Europea) è in crisi; una crisi però assai diversa rispetto a quella messa in luce nel Manifesto di Ventotene, riferita agli stati totalitari europei (accentrati, basati sul mito della sovranità superiorem non ricognoscens, Stati etici) ma altrettanto vera e sincera, seppur meno evidente in quanto mascherata da “false soluzioni” come il metodo funzionalista.

Tale crisi è chiarissima nel caso di Stati di modeste dimensioni (in termini di superficie, popolazione e PIL) come i Paesi Baltici e gli Stati dell’Europa centro-orientale (Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, ecc.) in evidente difficoltà in un mondo sempre più globalizzato, con catene del valore sempre più ampie ed interdipendenti e mercati progressivamente più integrati;[15] ma è altrettanto evidente se ci riferiamo al caso italiano, nonostante l’Italia possa vantare una rilevante politica estera ed una capillare rete diplomatica. Basta, infatti, guardare alla produzione legislativa[16] in Italia tra 2022 e 2023: sul totale delle leggi approvate, il peso dei decreti-legge convertiti è aumentato dalla XVII alla XVIII legislatura, passando dal 21,9% al 33%. Inoltre, i decreti-legge vengono in larga parte approvati con il ricorso alla votazione della questione di fiducia che è stata posta, in almeno uno dei rami del Parlamento, nel 43,4% dei casi durante la XVII legislatura e nel 55,8% nel corso della XVIII. Si è fatto ricorso al voto di fiducia anche per l’approvazione delle leggi ordinarie: nel 12,5% dei casi nella XVII e nel 20,9% nella XVIII legislatura. Aumenta poi notevolmente il fenomeno della “confluenza” dei decreti-legge in altri decreti-legge, c.d. “effetto matrioska” che riduce formalmente il numero totale di decreti-legge, mentre il ricorso alla decretazione d’urgenza rimane un fenomeno in forte crescita. Talvolta si arriva perfino a convertire ben tre decreti-legge con un’unica legge di conversione. Da 17 casi di confluenza su 100 decreti-legge emanati nella XVII legislatura, si passa a 41 su 146 (il 28,8%) nella XVIII legislatura. Inoltre, il 30% delle leggi parlamentari risulta di ratifica di regolamenti europei e trattati internazionali (in questa percentuale sono tra l’altro escluse tutte le leggi di recepimento delle direttive europee).

Risulta inevitabile chiedersi dunque, alla luce di questi dati, quanto sia sovrano un Parlamento che legifera con così tanta difficoltà e quali possano essere le soluzioni. A questa domanda, è possibile rispondere da un lato con false soluzioni come la proposta di un “ritorno alle origini”, ovvero meno Europa e meno autonomie locali, dall’altro proponendo invece di completare il processo di integrazione europea realizzando a pieno quelle istituzioni federali che sole possono arginare tale crisi europea. In effetti vi è una difficoltà evidente dello Stato nazionale a fare fronte ai grandi problemi del presente: tutela ambientale, regolazione della globalizzazione, gestione della politica estera ecc..

Lo Stato federale, in particolare, può essere definito come “un'organizzazione politica nella quale le attività di governo sono ripartite fra governi regionali e governo centrale in modo tale che a ogni tipo di governo siano attribuiti alcuni settori nei quali ha potere finale” (Riker)[17] o ancora come un sistema in cui “la relazione tra il corpo legislativo la cui autorità si esercita sull'intero territorio e i corpi legislativi la cui autorità si esercita su parti del territorio, non è una relazione tra superiore e inferiore, (…) bensì tra partner coordinati” (Wheare).[18]

Il federalismo si contraddistingue dunque per un riparto delle competenze improntato al principio di sussidiarietà, che si accompagna necessariamente al principio di leale collaborazione.

Tale principio di sussidiarietà, introdotto dal Trattato di Lisbona nell’ordinamento europeo attraverso l’art. 5 TUE, è stato fin da subito presente nel pensiero dei fondatori del federalismo europeo: “gli Stati Uniti d'Europa sono la sola risposta che gli europei possono dare alla sfida che la storia lancia loro. (…) Federare l'Europa significa unire i popoli liberi d'Europa con un patto irrevocabile, in base al quale gli affari pubblici propri delle singole nazioni sono amministrate dai rispettivi Stati nazionali, secondo il genio particolare di ciascuna nazione, mentre gli affari pubblici di interesse comune sono amministrati da un governo comune. (…) il cittadino della federazione è insieme cittadino del proprio Stato nazionale e della federazione.”[19]

Compreso dunque che, anche se il processo di integrazione europea si trova ad uno stato molto avanzato, esso deve terminare con la compiuta costruzione di istituzioni federali, la domanda che ora sorge spontanea è: come realizzare tali istituzioni? Che poteri esse debbono avere? Che conformazione? Qui risponde Altiero Spinelli, in un testo del 1942 con un passaggio tanto breve quanto fondamentale: “I poteri di cui l'autorità federale deve disporre, sono quelli che garantiscono la fine definitiva delle politiche nazionali esclusiviste. Perciò la federazione deve avere l'esclusivo diritto di reclutare e di impiegare le forze armate (le quali dovrebbero avere anche il compito di tutela dell'ordine pubblico interno); di condurre la politica estera; di determinare i limiti amministrativi dei vari stati associati, in modo da soddisfare alle fondamentali esigenze nazionali e di sorvegliare a che non abbiano luogo soprusi sulle minoranze etniche; di provvedere alla totale abolizione delle barriere protezionistiche ed impedire che si ricostituiscano; di emettere una moneta unica federale; di assicurare la piena libertà di movimento di tutti i cittadini entro i confini della federazione; di amministrare tutte le colonie, cioè tutti i territori ancora incapaci di autonoma vita politica.

Per assolvere in modo efficace a questi compiti, la Fede­razione deve disporre di una magistratura federale, di un apparato amministrativo indipendente da quello dei singoli Stati, del diritto di riscuotere direttamente dai cittadini le imposte necessarie per il suo funzionamento, di organi di legislazione e di controllo fondati sulla partecipazione diretta dei cittadini e non su rappresentanze degli Stati federati”.[20] Qui troviamo in nuce tutte le tappe del processo di integrazione europea così come fino ad oggi si è compiuto e come esso deve continuare.

Lucidità che ritroviamo in un passaggio successivo del medesimo testo a proposito della dottrina economica che l’Europa avrebbe dovuto assumere nel secondo dopoguerra: “istituire un mercato comune fondato su una moneta unica e sulla libera circolazione degli uomini, delle merci, dei capitali, dei servizi; (…) intervenire con un fondo europeo per facilitare la riconversione dell'industria e il riadattamento dei lavoratori; (…) promuovere il pieno impiego; (…) il mercato comune europeo potrà essere realizzato solo se sarà inquadrato in un sistema di giustizia e di sicurezza sociale”. Senza dubbio, di quanto auspicato da Spinelli e dai federalisti europei tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, il mercato unico è quello che più ha avuto successo e che, a partire dal Trattato di Maastricht del 1992, ha segnato le successive tappe dell’integrazione europea, in un modo differente da quanto auspicato dai federalisti europei. Infatti, il progetto di Spinelli si basava sul cosiddetto metodo costituzionalista, contrapposto al cosiddetto metodo funzionalista proposto dal Ministro degli Esteri francese Robert Schuman, su ispirazione del consigliere Jean Monnet, nella famosa dichiarazione del 1950.[21]

Lo strumento politico adatto a portare a compimento la battaglia per la federazione europea non sarebbe stato un partito,[22] poiché: “i partiti servono a mobilitare forze nazionali nel quadro nazionale al servizio della vita nazionale”[23] mentre invece i federalisti “non mirano a conquistare i governi nazionali, ma a creare il governo federale europeo”[24] ed è per questo che essi “non si propongono di mettersi in concorrenza con i partiti nazionali, nell'interferire nella loro azione, in tutti i campi che devono restare di competenza nazionale. Ma ogni volta che si tratta di questioni che sono abusivamente di competenza dello Stato nazionale, i federalisti contestano ai partiti nazionali la capacità stessa di occuparsene poiché essi non possono realizzare che soluzioni nazionali”.[25] Difatti “nei campi che devono restare nazionali, i federalisti non hanno una posizione propria. I federalisti vengono da ogni paese, da ogni famiglia spirituale, morale e religiosa che riconosca il valore della libertà umana, da ogni professione. I federalisti aspirano a essere costruttori di istituzioni e non capi di anime.”[26]

In sintesi, tra il 1941 (Manifesto di Ventotene) e il 1957 (Manifesto dei federalisti europei) vengono delineati in nuce tutti i principali nuclei di azione dei militanti federalisti nella loro battaglia per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Ancora oggi quelle considerazioni risultano valide ed effettivamente le attuali campagne del Movimento federalista europeo mirano al compimento di quanto in vita Spinelli non poté veder realizzato: politica di difesa comune, politica estera europea, politica fiscale comune. Non possiamo però ignorare i numerosissimi cambiamenti avvenuti dal 1986, data di morte di Spinelli, ad oggi. Il compito che ci attende è dunque quello di raccogliere le riflessioni di Spinelli e della “prima generazione” di militanti federalisti e ricontestualizzarle nell’odierno quadro politico. In pratica, dobbiamo comprendere i mutamenti della situazione storica[27] per inquadrare la linea teorico-politica in una nuova strategia d’azione, adatta al nuovo contesto sociale, economico, istituzionale.

Giacomo Brunelli


[*] Rielaborazione dell’intervento alla riunione nazionale dell’Ufficio del Dibattito del Movimento federalista europeo tenutasi a Ferrara il 13 aprile 2024 sul tema Sovranità e sussidiarietà: due anime del federalismo europeo.

[1] Si tratta della c.d. “pace kantiana”: “nessun trattato di pace deve essere ritenuto tale se stipulato con la tacita riserva di argomenti per una guerra futura. Infatti, sarebbe in tal caso solo una semplice tregua, una sospensione delle ostilità, non una pace, che significa fine di ogni ostilità, e a cui attribuire l'aggettivo eterna sarebbe un pleonasmo sospetto.” L. Tundo Ferente (a cura di), I. Kant, Per la pace perpetua, Rizzoli, Milano, 2003.

[2] A. Spinelli, E. Rossi, Per unEuropa libera e unita: progetto dun manifesto (1941), in: A. Spinelli, E. Rossi, Problemi della Federazione europea, Edizioni del Movimento per la Federazione europea, 1943, p. 10: “La nazione […] è divenuta un'identità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possano risentirne”.

[3] Ibid., p. 21: “Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali sovrani.”

[4] N. Bobbio, Il federalismo nel dibattito politico e culturale della resistenza, in: A. Spinelli, E. Rossi, Il Manifesto di Ventotene, con prefazione di E. Colorni, Edizione anastatica a cura di S. Pistone, con un saggio di N. Bobbio, Torino, Celid, 2001, p. XXV. Il saggio di Bobbio era già stato pubblicato in S. Pistone (ed.), L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1973.

[5] Per un approfondimento sul tema, qui necessariamente solo accennato, dell’evoluzione del pensiero federalista da una connotazione più prettamente ideale ad una più concreta, di riforma istituzionale, si veda H. Mikkeli, Europa, Storia di un’idea e di un’identità, Bologna, Il Mulino, 2002.

[6] Sempre Norberto Bobbio: “la pace non viene considerata in seno al movimento federalista sin dei suoi inizi come fine ultimo, ma come presupposto per la realizzazione di altri fini considerati come preminenti, quali la libertà, la giustizia sociale, lo sviluppo economico e via discorrendo”. N. Bobbio, Il federalismo nel dibattito politico…, op. cit., p. XXXV.

[7] A. Spinelli, E. Rossi, Per unEuropa libera e unita: progetto dun manifesto, op. cit.: “la Federazione Europea è l'unica concepibile garanzia che i rapporti con i popoli asiatici e americani si possano svolgere su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo.”, p. 22.

[8] Ibid., p. 23: “Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, poiché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera. Essi avranno di fronte partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell'ultimo ventennio. Poiché sarà l'ora di opere nuove, sarà anche l'ora di uomini nuovi: del MOVIMENTO PER L’EUROPA LIBERA ED UNITA.”

[9] A. Spinelli, Manifesto dei federalisti europei, Parma, Guanda, 1957: “l’indipendenza di fronte all'insaziabile e astuto espansionismo imperialistico sovietico ha potuto essere assicurata, solo perché l'America ha protetto militarmente l'Europa occidentale impegnandosi a difenderla in caso di aggressione, e aiutando le nazioni europee a ricostruire le proprie forze armate. All'ombra degli aiuti e delle armi americane, gli Stati europei occidentali hanno restaurato i loro regimi democratici.” N.B.: non si deve correre il rischio di confondere questa accusa di Spinelli contro il nazionalismo come un’invettiva antidemocratica: dato che democrazia si è accompagnata nella storia europea al nazionalismo, Spinelli scrive qui “regimi democratici” intendendo “regimi nazionalisti”.

[10] E. Cheli, Lo stato costituzionale: radici e prospettive, Napoli, Editoriale Scientifica, 2006.

[11] Per un approfondimento del rapporto tra costituzionalismo e tutela dei diritti, fondamentale per ben comprendere il ruolo del costituzionalismo contemporaneo nel secondo dopoguerra europeo e il suo legame col federalismo europeo si rimanda a N. Bobbio, L’età dei diritti, Torino, Einaudi, 1997, non potendolo trattare in questa sede.

[12] A. Spinelli, Manifesto dei federalisti europei, op. cit.: «ma se l'accusa che ogni uomo libero rivolge contro le tirannidi europee è nel fatto che esse si fondano sul terrore, ancor più grave è in un certo senso l'accusa che deve essere levata contro gli Stati democratici, perché essi sono rimasti i depositari di tutte le speranze di rinascita della libera civiltà europea e sono tuttavia condannati a una inevitabile decadenza in quanto si fondano ormai su finzioni e menzogne.”

[13] Emblematico è il caso della Francia, un tempo paladina della sovranità indiscutibile ed accentrata delle funzioni dello Stato — vi era stato nei secoli solo un processo di decentramento amministrativo, che però rispondeva all’esigenza di controllo del territorio da parte di Parigi — oggi Stato caratterizzato dallo spiccato decentramento di molteplici funzioni, avviato forse verso un modello regionale.

[14] Le graduali devoluzioni di sovranità che, come emerge dalla comparazione giuspubblicistica, hanno caratterizzato l’evoluzione degli Stati europei dal dopoguerra ad oggi, rientrano certamente nelle “false soluzioni” che con estrema lucidità Altiero Spinelli individua nel Manifesto dei Federalisti Europei del 1957 (op. cit.): «Le false soluzioni europee esprimono tutto il sostegno segreto dei profittatori delle sovranità nazionali e dei loro portaparola politici. Tutti costoro sanno che i loro Stati posseggono ancora l'apparenza ma non più la realtà della sovranità; sanno di non poter più padroneggiare i problemi né della politica estera e militare, né di quella economica e sociale; sanno che questi problemi sono già divenuti di dimensioni europee» Altiero Spinelli,.

[15] N. Acocella, Politica Economica e strategie aziendali, Roma, Carocci, 2020.

[16] Camera dei deputati - Osservatorio sulla legislazione, La legislazione tra Stato, regioni e Unione europea - rapporto 2022-2023, https://temi.camera.it/leg19/macroArea/politiche-legislazione/comi-tatolegislazione.html?agenda=.

[17] Riker W. Federalism, in F.I. Greenstein and N.W. Polsby, Handbook of Political Science, Vol. 5, pp 93-172. Reading Mass., Addison-Wesley, 1975.

[18] K.C. Wheare, Che cos’è il governo federale, in: MFE, Campagna per il governo europeo, Studi per la riforma democratica della Comunità, Pavia, EDIF, 1982. Questo saggio è stato orginariamente pubblicato in: P. Ranson (Ed.), Studies in Federal planning, Londra, Macmillan, 1943, e ristampato da Federal Union nel 1948.

[19] A. Spinelli, Manifesto dei federalisti europei, op.cit.. Si suggerisce di confrontare questo passaggio con l’art. 5 TUE: “In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva, l'Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell'azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell'azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione”.

[20] A. Spinelli, Gli stati uniti d’Europa e le varie tendenze politiche, in: A. Spinelli, E. Rossi, Problemi della Federazione europea, Edizioni del Movimento per la Federazione europea, 1943, pp. 60-61.

[21] Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950: “L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” https://european-union.europa.eu/principles-countries-history/history-eu/1945-59/schuman-declaration-may-1950_it.

[22] N. Bobbio, Il federalismo nel dibattito politico…, op. cit, pp. XXV-XXVI: “il movimento che sorge da quel manifesto non mira al partito nel senso proprio della parola (…) ma non intende neppure dar vita a un semplice movimento di opinione. Il federalismo dovrà essere d’ora innanzi pensiero ed azione”.

[23] Altiero Spinelli, Il Manifesto dei Federalisti Europei, op. cit..

[24] Ibid.

[25] Ibid.

[26] Ibid.

[27] N. Mosconi, La battaglia per l’Europa: strategia e organizzazione, I problemi della lotta politica nella società moderna – Nuova serie, n. 30, Pavia, EDIF, 1999. Con parziali modifiche, pubblicato anche in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica – Dalle nazioni all’Europa, a cura di N. Mosconi, Prefazione, Bologna, Il Mulino, Biblioteca federalista, 1999.

 

 

 

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