IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno XXXII, 1990, Numero 1 - Pagina 3

 

 

La rinascita del nazionalismo

 

Il nazionalismo sta facendo la sua ricomparsa in Europa. Oltre che nelle tensioni interne all’Unione Sovietica, il fenomeno si manifesta con sinistra violenza nei rapporti tra Ungheria e Romania, tra Ungheria e Cecoslovacchia, tra le Repubbliche jugoslave, tra Serbia e Albania.

L’Europa orientale corre il rischio di balcanizzarsi. La sola risposta possibile a questa esplosione di barbarie sta nella capacità della Comunità di offrire all’Europa, e in ultima istanza al mondo intero, un modello di convivenza politica alternativo allo Stato nazionale.

D’altra parte il futuro della Comunità dipende dalla strada che prenderà il processo di unificazione tra le due Germanie. Esso viene vissuto da molti come una riaffermazione del principio nazionale, mentre in molti risveglia la consapevolezza della necessità di inserirlo in un più rapido processo di unificazione federale che coinvolga dapprima la Comunità e, in un futuro più o meno lontano, il resto dell’Europa.

Il carattere ambiguo del processo di unificazione delle due Germanie non si riflette soltanto nei comportamenti della classe politica e nelle reazioni dell’opinione pubblica della Repubblica Federale, ma anche in quelli degli altri paesi della Comunità. In non pochi casi, alla consapevolezza della necessità di «europeizzare» la questione tedesca si è alternata la tentazione di ripristinare i giochi di alleanze che avevano caratterizzato l’equilibrio europeo prima della seconda guerra mondiale, basati sulla contrapposizione di opposti nazionalismi.

 

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Il federalismo affonda le proprie radici nella critica dell’idea stessa di nazione. E’ quindi una nostra specifica responsabilità, in una fase della storia nella quale questo fantasma – che pure non si era mai completamente dileguato – sembra ritornare con particolare virulenza, riproporre questa critica con vigore.

Dobbiamo ricordare che l’idea di nazione, non appena si tenti di definirla, appare indeterminata e contraddittoria, e che proprio nella sua indeterminatezza e contraddittorietà essa trova il fondamento dell’emotività di cui si carica e dell’aggressività che scatena. Dobbiamo ripetere che la nazione non coincide con nessuna delle caratteristiche con cui viene abitualmente identificata (lingua, cultura, religione, costumi), né con la loro combinazione (perché combinando in vario modo tutti questi criteri si possono definire infiniti ambiti di affinità delle più varie dimensioni, ciascuno privo di confini definiti). Né la nazione si può ritenere il risultato di una storia comune, perché la storia è perenne mutamento, e in quanto tale può essere addotta a pretesto per giustificare le più disparate rivendicazioni «nazionali». Ma essa non è nemmeno il «plebiscito di tutti i giorni» di Renan, perché tutti noi esprimiamo tacitamente ogni giorno molteplici lealismi, e il problema è proprio quello di trovare che cosa costituisce la specificità di quel plebiscito che ha per oggetto la nazione.

 

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In realtà l’idea di nazione non ha un correlato reale. Essa è un mito, o un feticcio – come essa è definita in uno scritto pubblicato trent’anni fa in questa rivista e ripreso in questo numero – la cui funzione è stata in passato, e rimane tuttora, quella di legare i cittadini al potere facendoli sentire membri di una comunità insieme naturale e religiosa, che fornisce la sola legittimazione della sovranità dello Stato e in nome della quale i cittadini sono tenuti a sacrificare persino la loro vita.

Vero è che anche i miti giocano un ruolo importante nella storia. Ne sono la più eloquente delle dimostrazioni le tragedie che, in nome dell’idea di nazione, si sono consumate in passato e ancora si consumano ai nostri giorni. Peraltro, nel diciannovesimo secolo, il mito della nazione, diffuso con l’ausilio dell’imposizione a tutti i cittadini di uno Stato di alcuni comportamenti – come la lingua – che in origine erano soltanto propri degli abitanti di una regione o dei membri di una classe sociale, aveva svolto anche una funzione progressiva. In nome della nazione sono stati creati in Europa occidentale Stati di dimensioni compatibili con il grado di sviluppo delle forze produttive e sono state abbattute barriere e privilegi legati all’antico regime. Il principio ambiguo della sovranità nazionale è stato la formula in nome della quale hanno potuto essere combattute le battaglie democratiche possibili in un mondo di Stati sovrani costretti, per sopravvivere, a ricorrere periodicamente alla guerra. Ma questa funzione progressiva era subordinata a due condizioni: la compatibilità delle dimensioni degli Stati nazionali dell’Europa occidentale con le esigenze dello sviluppo economico e l’esistenza di un potere forte, capace di imporre su tutto il proprio territorio il mito nazionale come strumento per la creazione di una società più unita e solidale.

Queste condizioni hanno cessato di esistere da molto tempo (e non sono mai esistite in Europa orientale). La dimensione dello sviluppo economico è ormai continentale e si va profilando la consapevolezza che la sola dimensione nella quale è possibile garantire la sopravvivenza dell’umanità è quella planetaria. In questa situazione l’idea di nazione ha perso ogni funzione positiva ed ha mantenuto soltanto quella negativa – che peraltro aveva sempre avuto – di giustificazione ideologica dell’istinto dell’orda che è in ogni uomo, di principio di violenza e di disordine. E’ cosi che oggi un gruppo etnico di tre milioni di abitanti, in nome del feticcio tribale della coincidenza tra «nazione» e Stato sovrano, mette in pericolo la perestrojka di Gorbaciov, una trasformazione dal cui successo dipendono in larga parte le sorti dell’umanità. Ed è cosi che in Europa orientale si vedono i primi inquietanti segni di un ritorno alle dispute di confine, a sterili irredentismi e all’oppressione delle minoranze. Si profila il pericolo che al plumbeo ordine brezhneviano succeda un’era ancora più buia di anarchia internazionale e di disordine economico.

 

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Come in ogni fase di ripresa del nazionalismo, rispunta oggi nel dibattito politico, specialmente in Germania, l’opposizione tra il nazionalismo «buono», che sarebbe il cemento della solidarietà tra i membri della stessa nazione, e il nazionalismo «cattivo», che sarebbe il principio della violenza nei confronti delle altre nazioni. In realtà si tratta di un’opposizione priva di fondamento. Dopo la conclusione della sua fase nascente, nella quale l’idea di nazione poté confondersi con gli ideali della democrazia, il nazionalismo si è rivelato per ciò che è, cioè come il principio della barbarie, che annulla l’individualità, come sede della autonomia della ragione e dell’azione morale, in un nebuloso soggetto collettivo, che si crede dotato di coscienza e di volontà, e titolare di diritti. E’ in questa prospettiva che viene riproposto, con particolare riferimento al processo di unificazione tedesca, l’equivoco principio dell’autodeterminazione dei popoli. Si tratta di un principio che, come quello nazionale, mette in discussione l’ordine politico di una regione e, al limite, del mondo intero, senza che sia esplicitato il criterio sulla base del quale il nuovo ordine deve essere creato. Chi infatti decide qual è il soggetto che ha il diritto di autodeterminarsi? Perché questo diritto deve spettare, per esempio, ai Tedeschi della DDR, e non anche a quelli della Slesia e della Pomerania? O agli Europei intesi come un unico popolo pluralistico? E chi formula la domanda alla quale il popolo che si «autodetermina» deve rispondere? Perché essa deve riguardare, per esempio, l’unità della Germania e non l’unità dell’Europa? E, infine, che ne è di coloro che rimangono in minoranza? Si deve ritenere che abbiano esercitato anch’essi il diritto di autodeterminazione?

Sono domande destinate a rimanere senza risposta. La verità è che l’idea di «popolo», al di fuori dell’accezione giuridica nella quale il termine designa i cittadini di uno Stato, è altrettanto indeterminata quanto quella di «nazione». L’unico popolo che ha un’identità definita, e quindi il diritto di autodeterminarsi, è il genere umano o, nella fase storica attuale, quella sua parte che lo rappresenti nella misura in cui, dando l’esempio dell’abbattimento delle barriere tra le nazioni, ne affermi idealmente l’unità. In ogni altro caso, quello dell’autodeterminazione non è un diritto, ma uno slogan privo di contenuto. Ciò non significa evidentemente che si debba condannare, nelle circostanze attuali, il desiderio della maggioranza dei cittadini della DDR di essere inquadrati in un ordinamento statale che garantisca loro maggiore benessere, stabilità e libertà. Ma deve essere chiaro che essi, premendo per l’unione tra le due Germanie, non esercitano un diritto, ma approfittano di un’occasione. La loro è una scelta strumentale, che deve essere valutata come tale, facendo un calcolo accurato dei costi e dei benefici che essa comporta e che non può essere legittimata né sulla base dell’idea di nazione né su quella di un presunto diritto dei popoli all’autodeterminazione.

In realtà la realizzazione della pace, della libertà, della democrazia, della giustizia e del benessere economico per tutti gli uomini passa oggi attraverso la negazione del principio nazionale e l’affermazione dell’unità del genere umano nel quadro di una Federazione mondiale. E sotto questo profilo gli Europei hanno una responsabilità particolare, perché è nel quadro europeo, e in particolare in quello comunitario, che è possibile fare subito il primo passo verso il conseguimento dell’obiettivo mediante la realizzazione – anche se parziale – del principio federale.

 

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E’ corretto trarre da tutto ciò la conseguenza che, come viene spesso ripetuto, il processo di unificazione della Germania non riguarda soltanto i Tedeschi. Del resto la causa degli avvenimenti tumultuosi che hanno reso l’unità tedesca un fatto ormai ineluttabile non va ricercata in Germania, ma a Mosca. Senza la perestrojka di Gorbaciov, oggi Honecker sarebbe ancora al potere, la DDR continuerebbe ad essere, come era sempre stata, l’alleato più fedele e disciplinato del Cremlino e il suo governo il custode più rigoroso dell’ortodossia marxista. Ma quello che l’unificazione della Germania non riguarda soltanto i Tedeschi non deve diventare per gli altri uno slogan in nome del quale giustificare il ritorno alla politica di potenza o alle tradizionali alleanze del vecchio equilibrio europeo. Deve al contrario significare che la Germania non è ormai che una parte dell’Europa in corso di unificazione, e che quindi l’unificazione delle due Germanie deve coinvolgere la responsabilità solidale della Comunità ed accelerarne l’unione federale.

Il bivio di fronte al quale la Germania e l’Europa si trovano non ha nulla a che fare con l’affidabilità democratica ed europea del popolo tedesco, contestata da alcuni e sostenuta da altri con pari ottusità. Riaffiora qui ancora una volta la nefasta confusione concettuale, la cui radice sta pur sempre nell’idea di nazione, che attribuisce all’inafferrabile entità collettiva «popolo tedesco» una coscienza e una volontà, e quindi ne fa un centro di imputazione di responsabilità morale. La verità è che, come scriveva Machiavelli, non si tratta di «biasimare Atene né di lodare Roma», ma di «accusare la necessità»: perché ogni popolo è ciò che ne fanno il tipo di equilibrio internazionale in cui è inserito, le istituzioni che ne regolano la convivenza e il suo livello di sviluppo economico e sociale. Ed è un fatto che l’unificazione tedesca, se fosse realizzata in un contesto puramente nazionale, trasformerebbe radicalmente queste tre condizioni, allontanando indefinitamente la prospettiva dell’unificazione europea. D’altra parte sembra che il contesto comunitario sia per ora sufficientemente solido, e sia stato addirittura rafforzato dagli avvenimenti che hanno fatto precipitare il processo di unificazione tedesca; così come l’europeismo della grande maggioranza dei politici tedeschi non è in discussione. In discussione è semmai la capacità, loro e dei loro colleghi degli altri paesi della CEE, di rendersi conto che i pericoli che minacciano la Comunità esigono che si abbandoni la strada degli eterni ricominciamenti, che è stata quella che ha caratterizzato il processo fino ad oggi, e che l’unificazione federale dell’Europa cessi di essere soltanto una prospettiva per divenire materia di decisione. Nei prossimi mesi gli uomini di governo della Comunità avranno l’opportunità di dare con i fatti e non con le dichiarazioni una concreta dimostrazione della loro volontà europea.

 

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